Epiloghi

di
Luigi Pirandello
genere
Atti unici
 
Andrea Fabbri
Raffaele Magaldi
La signora Giulia
Mariadonata Cisternino
Antonio Serra
Giuseppe Raimo
Anna, la domestica
Sabrina Davini
Uomo dal fiore in bocca
Giuseppe Raimo
Avventore
Raffaele Magaldi
regia
Giuseppe Raimo
 

'Ciò che conosciamo di noi stessi - scrive Pirandello - non è che una parte di quello che noi siamo. E tante e tante cose, in certi momenti eccezionali, noi sorprendiamo in noi stessi, percezioni, ragionamenti, stati di coscienza che sono veramente oltre i limiti relativi della nostra esistenza normale e cosciente".

La tragedia della ragione. E’ questo il tema che accomuna i due atti unici, vale a dire, la consapevolezza da parte del personaggio dell’impotenza della ragione e tuttavia l’accanimento nel continuare ad usarla tanto da portare ad un uso disperante del ragionamento.

E' a questo punto che nasce il dramma dell'individuo, nel momento cioè in cui egli si rende conto di vivere una vita che non è la sua e passa dal semplice "vivere" al "vedersi vivere". Una vita simile è "una molto triste buffonata; perché abbiamo in noi ,senza sapere né conoscere né perché né da chi, la necessità di ingannare di continuo noi stessi, con la spontanea creazione di una realtà la quale di tratto in tratto si scopre vana e illusoria. Chi ha capito il gioco non riesce più ad ingannarsi; ma chi non riesce più ad ingannarsi ,non può più prendere né gusto né piacere alla vita". Da questa situazione tragica e dolorosa dell'individuo che inutilmente tenta di infrangere la "maschera" per scoprire il "volto" nascono le situazioni strane, assurde paradossali che si incontrano nell'opera del Pirandello e in particolare nel teatro. La impossibilità dunque dell'individuo e della società di fissare una verità assoluta, conduce l'uomo ad annaspare nel buio del mistero che l'avvolge, senza possibilità di raggiungere alcuna certezza.

Tanto dai personaggi de “L’uomo dal fiore in bocca” che da quelli de “La morsa”, si può cogliere l'amarezza, sempre viva in Pirandello, di dover constatare l'incomunicabilità degli uomini fra di loro, questo dover vivere così, estranei e sconosciuti l'uno all'altro, soli nel mondo, in un continuo, inappagato ed irrealizzabile desiderio di approdo alla vita altrui, di attacco con gli altri, di comprensione ripudiata. Nasce così l'incomprensione tra noi e coloro che ci stanno attorno, poiché ognuno parla un linguaggio diverso da quello degli altri, per cui è impossibile stabilire un colloquio. Incomunicabilità, solitudine, incomprensione, aridità sono i caratteri comuni a quasi tutti i personaggi dei drammi pirandelliani.

Questa posizione di disgusto e di disprezzo del mondo e della vita umana porterebbe irrimediabilmente alla follia e al suicidio, se l'uomo non tentasse in qualche modo di reagire, di trovare una soluzione agli inquietanti interrogativi che la vita gli pone.

"...se mi si fa un momento di vuoto dentro... lei lo capisce, posso ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco...cavare la rivoltella e ammazzare uno che, come lei, per disgrazia abbia perduto il treno... No, non tema, caro signore: io scherzo! Me ne vado. Ammazzerei me se mai...ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche... Come le mangia lei? con la buccia, è vero?"

 

La Morsa

La Morsa, atto unico rappresentato per la prima volta nel 1910, in realtà è la rielaborazione di una novella e di una precedente prova scenica risalenti agli anni 1897 1898 dal titolo L'epilogo.

Lo schema del dramma è apparentemente naturalistico-borghese: Giulia sposa Andrea Fabbri, che per non doversi vergognare della ricchezza di Giulia, si getta nel lavoro perché vuol essere lui, con le sue sole forze, a costruire una casa ricca, degna della moglie. Ma così non risponde al bisogno d'amore, di vita di Giulia, la spinge inconsapevolmente all'adulterio. Andrea scopre il tradimento della moglie e si trasforma in accanito inquisitore, caccia di casa la moglie, le toglie i figli, fino a portare Giulia all'estremo gesto del suicidio.

Il triangolo del teatro verista borghese in realtà è sconvolto: infatti, i confini tra colpevolezza e innocenza, tra dubbio e certezza, tra verità e menzogna, tra condanna e punizione, sono sfumati; i ruoli degli stessi personaggi sono plurivalenti, veri e propri caratteri, in particolare Giulia che è "carnefice" e vittima persino di se stessa.

Tecnicamente l'opera inizia "in medias res" e lo spettatore viene a conoscenza del dramma attraverso il fitto e concitato dialogare dei personaggi, che più parlano e meno si comprendono, ognuno chiuso nel suo "universo".

Quest'opera, quindi, anticipa alcune tematiche che Pirandello svilupperà nella produzione successiva, specialmente il mito sociale dell'onore nella Sicilia del primo novecento.

 

L'uomo dal fiore in bocca

 

Il testo: E’ un "dialogo" in un atto, derivato dalla novella “La morte addosso”. Il testo fu rappresentato per la prima volta il 21 febbraio 1923 a Roma, al Teatro degli Indipendenti di Anton Giulio Bragaglia

Il dialogo si svolge in un bar, di notte. Un uomo condannato a morte per un epitelioma ("il fiore in bocca") discorre con un "pacifico avventore" che ha perso il treno. Si tratta, quindi, di una conversazione tra una persona che vive intensamente il poco tempo concessogli e un’altra che, invece, è ricca di ore da trascorrere oziosamente.

L’atto unico è veramente carico di tensioni emotive. Consideriamo la seguente situazione: un uomo si sveglia la mattina e guardandosi allo specchio non si riconosce, perché il giorno prima il suo medico gli ha detto che gli restano solo pochi mesi di vita a causa di un male devastante. Da quel momento, tutto in lui cambia: cambia il suo modo di vedere il mondo, di osservare la vita propria e altrui; i particolari infinitesimi del quotidiano assumono improvvisamente un'importanza spaventosa, per il semplice motivo che egli sta per perderli per sempre.

L’eccezionalità del momento per chi sente la morte addosso e la normalità dello stesso istante per chi è preso dal giro usuale della vita con i suoi piccoli impegni quotidiani segnano i due termini della dialogo che si anima nel grande soliloquio del protagonista, nella sua lucida analisi degli ultimi momenti di vita e nel suo ricordo di particolari una quotidianità che per lui s’allontana ormai irrimediabilmente.

L’uomo colpito dal male vive in un disperato delirio, come assente alla propria vita, ma sempre attaccato con l'immaginazione alla vita degli altri, ai particolari insignificanti della vita e delle abitudini altrui, in una specie di annullamento razionale della propria esistenza, prima ancora che il suo terribile male possa stroncarlo.

Nella solennità della sua solitudine, l’uomo dal fiore in bocca sembra aver raggiunto inattese consapevolezze sulla vita che gli sfugge e sulla morte. Senza rimpianti e senza pentimenti, quasi godendo amaramente della sua irripetibile esperienza, egli si dedica con interesse ad osservare l’anonima vita degli altri, per coglierne il senso.

Su questo scenario di pietà e dolore scende, infine, lentamente la tela, rappresentata idealmente dalle ultime parole dell'Uomo, tangibile segno di un'estrema volontà di attaccamento alla vita, tramite il proprio permanere nella memoria altrui: "E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione. All'alba, lei può fare la strada a piedi. Il primo cespuglietto d'erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò […]. Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando […]. Buona notte, caro signore. "

 

 
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